One For All, All For One

Published on by rorisu ロリス

One For All, All For One

Dopo anni di studio e qualcuno di vita (mondana, studentesca e lavorativa) in questo Paese mi capita di passeggiare, di fare la spesa, di affittare un appartamento, di andare a lavoro, di uscire con gli amici, di andare al karaoke, e di pensare che, tutto sommato, anche io faccio parte di questo posto. Contribuisco come tutti al rispetto delle regole, getto la spazzatura negli spazi addetti e nei giorni prescritti, so in che giorno mangiare sushi e quando è meglio acquistare le verdure al mercato locale, ho i miei ristoranti preferiti e so dove dirigermi e come muovermi per procurarmi qualsiasi cosa di cui abbia bisogno. Insomma, posso dire di fare parte di questa comunità e di sentirmi soddisfacentemente integrato in essa.

Le difficoltà che un occidentale incontra nel processo di integrazione in Giappone sono innumerevoli, i compromessi, gli smussamenti e la rivalutazione di se stessi sono discorsi quotidiani. Tutti quelli che ci hanno provato e ci sono riusciti, ma anche quelli che hanno assaggiato appena l’antifona e poi legittimamente deciso che non faceva per loro, o coloro i quali sono nel bel mezzo del processo e stanno tentando con tutte le proprie energie di riuscirci, sanno bene di cosa parlo. Vorrei raccontare in questo post di una delle rinunce, se non forse addirittura la Madre Suprema di esse, che si rendono necessarie per sentirsi davvero parte di questa comunità: il proprio “sé”. Mi spiego meglio. Non si tratta di abdicare in favore di un’altra identità e di un altro “sé”, bensì di un processo più fine. Si tratta di rinunciare al fatto di sentirsi sempre in diritto di esprimere un’opinione, di commentare , di dire semplicemente ciò che si pensa in nome della propria qualità di essere pensante individuale. Insomma, si tratta di dare meno importanza al proprio ko 個, ossia la propria istanza personale, in favore del bene comune che è il bene del gruppo.

Quando all’interno di un gruppo di giapponesi si deve decidere dove andare a mangiare, in quale ristorante, che tipo di cucina scegliere ecc, non è un processo immediato. Innanzitutto si decide la zona di ritrovo (calcolata rigorosamente in base ai punti di partenza di tutti i membri in causa). Non è affatto raro che si decida dove recarsi a mangiare solo una volta riunitisi al luogo dell’appuntamento. E si decide rigorosamente tutti insieme. Non esiste nella stra-grande maggioranza dei casi che qualcuno annunci a gran voce “Io voglio mangiare coreano!” – tanto per dire. Ci si interrogherà a vicenda per capire più o meno che tipo di cibo l’altro vorrebbe mangiare. Il gioco di “Tu che cosa vorresti? Per me va bene tutto!” va avanti un po’, e senza che nessuno si ponga troppo in evidenza, pressando affinché i propri gusti emergano o vengano scelti dal gruppo, si arriverà ad un consenso condiviso da tutti. E’ difficile dire fino a che punto il consenso sia veramente condiviso. Tuttavia il processo decisionale viene gestito per sfumature e si conclude in maniera liscia, priva di intoppi e prevaricazioni di sorta, e per la serena riuscita di tutto ciò è necessario essere disposti a “sacrificare” un parte di sé, le proprie preferenze, il proprio ko appunto, in nome di ciò che sembra più giusto per il bene comune.

Allo stesso modo, il processo di “tornare a casa” dopo una qualsiasi attività svolta in gruppo (un compito scolastico, una gita, un allenamento, ecc) non consente lo smembramento dei partecipanti immediatamente dopo il termine dell’attività. Ad esempio: io gioco a pallavolo qui a Tokyo,e faccio parte di un regolare circolo serale di lavoratori che si riuniscono una volta a settimana. Al termine degli allenamenti non esiste che ci si cambi e si torni a casa (nonostante l’orario piuttosto tardo). Si aspetta che tutti i membri della squadra si siano cambiati, ci si siede in cerchio e il responsabile del circolo fa un breve saluto ringraziando tutti della partecipazione e annunciando, laddove fosse necessario, comunicazioni utili agli eventi prossimi (partite, calendario degli allenamenti, ritiri fuori città, barbecue, feste, ecc) e, nel caso ci fossero nuovi membri, viene chiesto loro di presentarsi brevemente. Finito il saluto ci si alza e ci si dirige verso l’uscita. Ad esempio, l’altra settimana abbiamo fatto una partita. Finita la gara ci siamo cambiati e abbiamo aspettato nell’atrio della palestra che tutti uscissero e siamo rimasti lì… ad aspettare. Non è ben chiaro cosa stessimo aspettando, è solo che nessuno può alzarsi, uscire dalla palestra e dire “bon, ci si vede alla prossima!” e andarsene. Al ché è necessario un lavoro di piccoli passi in cui una persona si muove impercettibilmente verso l’uscita e quella affianco farà lo stesso trascinando a catena tutto il resto del gruppo senza che apparentemente nessuno abbia deciso (o imposto, se così vogliamo) la decisione al gruppo. In realtà temo che anche ai giapponesi pesi un po’ questa complicazione della cose. Ma è così che funziona e la situazione non si può cambiare facilmente (e aggiungerei: dal momento che funziona, non vedo perché dovrebbe cambiare!). Per ovviare al problema dell’utilizzo non sempre produttivo del proprio tempo i giapponesi, che ne sanno una più del diavolo, si sono inventati uno strepitoso escamotage. Si chiama ipponjime. Questo stratagemma consiste nel riunire i membri che hanno preso parte ad una qualsiasi attività di gruppo, e di radunarli in cerchio. Al che il rappresentante del gruppo in questione, il responsabile dell’attività o il senpai (persona più grande –anche se solo di un anno– quindi con maggior esperienza, per cui degna di rispetto) dirà due parole di ringraziamento a tutti e di commiato. Terminerà il suo discorso dicendo: “Bene, facciamo ipponjime ”, e tutti si metteranno a mani giunte come in preghiera e, contando mentalmente see-no (ossia, qualcosa come il nostro “tre, due, uno, via!”) batteranno tutti quanti le mani all’unisono una volta. E’ lo ipponjime, ossia la “chiusura con un colpo”. Al ché l’attività può ritenersi ufficialmente conclusa e tutti quanti sono autorizzati a sentirsi liberi di fare quello che credono senza recare sulle proprie spalle il peso della decisione presa che avrebbe necessariamente influito sugli altri (esistono versioni molto più funky con battiti di mano multipli, ma il senso è lo stesso: tutti insieme appassionatamente!).

Defilarsi prima della fine ufficiale di una qualsiasi attività è considerata una grande mancanza in Giappone, e ancora di più lo è il fatto di esprimere sempre e comunque le proprie opinioni, manifestare i propri desideri in qualsiasi situazione, esternare un parere che potrebbe danneggiare qualcun’altro o ancora prendere a tutti i costi iniziative di sorta. E’ una rinuncia amara per un Occidentale, nato e cresciuto nell’elogio della libertà di espressione, del valore aggiunto apportato da una pluralità di opinioni. E se questi concetti recano in sé una innegabile positività, non è assolutamente detto che siano universali. La chiave di interpretazione della società giapponese è esterna all’individuo, si trova al di fuori di noi stessi. Esula dal nostro ko, in favore di un armonia più grande, che è data dal rapporto con la persona seduta accanto a noi in treno,con la squadra di pallavolo, la nostra scuola, la nostra azienda, con la città e la comunità tutta.

日本に住んで2年半を過ぎたところです。そんなに長くはないけれども、大学で数年も日本語と日本の文化を勉強したり、旅行や自習で何回か日本で滞在したり、明治大学で院生として研究を行ったり、社会に出て働き始めたり、様々な経験を積んできてついに日本の生活には慣れたと言える自信がある。買い物にいくことを始めとしてアパートを借りたり、ガス開栓を頼んだり、転職したり、再配達をお願いしたりすることに至るまで、日常生活に必要な行動や全ての事柄をやり遂げることがまあまあ出来ていると思う。

そういう快適な気持ちを得るまでの過程は決して簡単なものではなく、むしろまるで茨の道のようである。日本社会に溶け込もうとする外国人(というか、欧米人と言えばいいかもしれない)が種々の課題に直面しなければならない中で、最も抵抗がある点といえば、きっと自分の個性を弱めることでしょう。今日の投稿テーマは「日本社会に認めてもらえるように『個』を棄てる外国人」です!

社会というゲームをやるなら、そのゲームの規則を考慮に入れて遊んだ方が効率が良いわけだろう。「個」を棄てるというのは、自分の個性を失うという意味ではなく、ただ都合よく「個」をわきへやってしまうだけというコンセプトに近いと思う。日本社会の最も重要な要素であるコミュニティーの調和性を一所懸命に守る日本人と共生して自分の欲求を忘れて同じようにグループの方を大事にすることは、西洋人からみると最大の代償を払うようである。各国は違うので一概には言えないのだが、大体全ての欧米人は生まれた瞬間から自分自身の意見を示したり、自分の好みの発展と共に性格や人柄を築いていくのが望ましいことだと教わって育てられているので、何よりも貴重だと考えられる「表現の自由」を犠牲にすることがかなり辛いことでしょう。

例えば、日本人同士の食事会のときに、みんな同い年で親しい関係を持っている人同士としたら大体どこかで待ち合わせをしてどこへ食べに行くかは、メンバーが全員集合してから決めることが多くない?しかも、多くの場合は「俺は韓国料理がいいぞ!」、「や、私はイタリアン食べたいから」等々といって自分の意思を押し付けちゃうことがほとんどないでしょう。逆に、少しずつお互いにどのくらいの食欲があるかとか、何を食べれば嬉しいかとか、色々尋ねあって様子をみながら相手の心を読み取って、知らないうちにグループは決断を下すものだ。みんな一緒に決めたものでグループのメンバー全員が同意した選択のはずですが、正直いってどれだけみんなが本当に賛成するかわからないのです。それでも、グループ内の調和性を守るために一時的に自分の「個」をわきへやってなるべく齟齬が発生しないように行動する。メンバー全員はお互いに気を遣い合ってさりげなく妥協でもしたりしていよいよ決断に至る。

別な例を挙げてみるね。スポーツなど、何かのサークルに加入しているときに、練習が終わった途端に勝手に帰ることができない場合が多いでしょう?まず、担当者から練習修了のお話をもらって、新しく入ってきたメンバーなどがいたら軽く自己紹介でもやってもらったりする。それで、一歩ずつゆっくりと体育館の出口の方に向かってもう少し話してから帰ってもいいような雰囲気になるよね?ただし、「練習が終わって帰りたい。遅いしさ」と思っても、ただ単純に帰れない、ということは出来るだけ早く理解した方がいいと思うの。それはただの例ですが、やはり日本社会に溶け込むつもりなら、ある程度自分の「個」を犠牲にするほかないのではないかて。郷に入っては郷に従えということでしょう。

必ず自分の意見は出すべきものだとか、自分の気持ちは伝えるべきものだとか、意見の多様性や議論の付加価値を重視する西洋人にとっては、それを棄てて自分の立場に立って主張したいときにも黙ったり、みんなの行動をはかりながらどうしたらいいか判断する。難しいけれど、無理ではないと思う。自分もまだ把握できない振る舞いや社会的メカニズムが多いんだが、一応このステージはクリアーすることができた気もする今日この頃!(笑)

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